Non siamo altro che metaforica presenza.

Non siamo altro che metaforica presenza.

Siamo da vivi la presenza che vogliamo, che proviamo ad essere. Proiettiamo, o cerchiamo di proiettare, l’energia, la forza, l’immagine che vogliamo.

Ma siamo anche ciò che qualcuno vuole che siamo. Quanto importa quanto noi vogliamo essere presenti, veri, nell’immaginario di qualcuno, nella realtà mentale ed emotiva di qualcuno? Nulla, non conta nulla, perché noi saremo sempre quello che l’altro fa di noi. Loro posseggono un’immagine e una forma di noi e di quella ne fanno quel che vogliono, e noi facciamo lo stesso con loro.

Il mio cane è cane per chiunque, per me è vita, è figlia. È sempre lei, sempre la stessa creatura, e io non so e non saprò mai cosa lei pensa di essere per me, so solo quello che ne faccio io. Per una persona, per un umano, il tutto è ancora più forte.

Il mio antico amore, la mia antica amica, mio figlio, mio marito, mia sorella: essi sono ciò che io ne faccio per me, esistono palpitanti e reali, con le fattezze, pure, che mi immagino io, con la forza di esistere che mi immagino io… ma che dico, immagino. È reale e concreto e palpabile. L’effetto che le persone lontane, lontane nel tempo, nello spazio, hanno su di me, è o può essere tale e quale all’effetto che hanno su di me le persone che incontro tutti i giorni.

Come una strada che percorri la prima volta e ti sembra lunga, lunghissima, tortuosa e complicata, e dopo qualche volta che la percorri diventa familiare e velocissima, pensi di poterla fare anche ad occhi chiusi, così è con le persona: la prima volta che le incontri sono straniere, differenti, lontane. Tranne in pochi casi in cui ti guardi, colloqui, e dici: “ehi ma… ti conosco già?”

E quei casi sono forti, fortissimi, inspiegabili e mistici. Dove ci siamo già conosciuti? Abbiamo avuto altre vite? O riconosciamo nell’altro qualcosa di familiare, di già sentito, percepito, forse con altri, forse con noi stessi, ma magari anche in un sogno! Perché quante volte vi è capitato di sognare persone, realtà, case, situazioni che sembravano e si sentivano così reali, così tangibili, da lasciarvi confusi quando vi rendete conto che così non è stato? Che solo sogni erano?

Com’è facile allora pensare, speculare, immaginare che ci siano santi, dei, reincarnazioni. Come viene facile e naturale pensare allo spirito, all’astro, alla telepatia.

Io non credo a nulla di tutto questo e credo a tutto.

Non credo che un mazzo di carte possa dirti nulla di te, ma credo alla capacità di noi umani di proiettare, di plasmare nell’immaginario una realtà solida, e le carte, i tarocchi, o qualsiasi altra cosa noi vogliamo usare, possono riflettere quella realtà.

Come funzioni, nella fisica, non lo so: quello sta allo scienziato. Da millenni noi speculiamo e inventiamo storie che spieghino il funzionamento di un’apparizione mistica, della telepatia, dell’amore, della presenza fortissima, dell’altro potenziale nella cultura. Parliamo di persone “magiche”, di persone “potenti”, di persone che con la loro sola presenza possono cambiare l’umore di una stanza: tutto esiste e tutto è vero, ma molto probabilmente niente corrisponde all’interpretazione mistica, religiosa, soprannaturale che troppi ne danno: non abbiamo linguaggio scientifico per definirlo, a noi umani viene naturale trovare parole altre, concetti altri, per definire ciò che ancora non comprendiamo, ma che indubbiamente esiste.

So che un giorno la fisica ci spiegherà cosa succede. Ci spiegherà come tua madre possa essere più, meno o altrettanto reale e tangibile per te e per gli altri da morta che da viva, ci spiegherà perché il ricordo di un amante possa ancora ferirti come lo avessi davanti a te a schiaffeggiarti, come gli occhi sinceri dell’amico che amavi possano farti irrompere in pianto dall’amore che infondono e da come non ti senti più solo per quei dieci minuti, dieci minuti in cui lui però non c’era fisicamente, dieci minuti in cui lui era già morto, 30 e passa anni fa.

Che cos’è dunque la vita, e cos’è la morte? È un cambio di stato della persona fisica, questo è certo. Durante la vita la persona fisica c’è ed interagisce, dopo la morte non interagisce più fisicamente. Ma così anche la vecchiaia e l’infanzia: mio figlio è un uomo, ma è anche il ragazzo, ed è anche il bimbo di tre anni che avevo: tutto sta a dove la mia mente lo piazza nel momento che sceglie di interagire fisicamente o no, con la sua persona. L’uomo e il ragazzo e il bambino sono o meglio possono essere altrettanto reali e concreti della persona fisica che ho davanti a me, tutto sta a cosa succede a me, a quanto sono passiva nell’interazione, nella mia mente, con l’immagine di mio figlio, ma io posso e qui sta il nocciolo, io posso anche scegliere di rendere il treenne (come diceva un’amica non più amica di sicuro) più reale dell’uomo attuale. È difficile renderlo presente, renderlo reale, “a comando”. Di soluto ci succede in ondate, ondate in cui tuo padre ritorna ed è vero e palpabile davanti a te. Ma possiamo anche ricrearlo. Ricrearlo con persone viventi, e quindi portarle a noi, o addirittura portare noi stessi a loro. Una delle meditazioni giapponesi che conosco ti aiuta a farlo, il tantra ti può aiutare a farlo, la concentrazione, non so, altri metodi che non conosco. La disperazione, la felicità estrema, anche loro possono renderti reale e concreta una persona davanti a te, tanto da poterci quasi interagire come se l’avessi davanti fisicamente. Il tutto come particelle che si riflettono nei movimenti a distanza di migliaia di anni luce, come teorizzò il recente premio nobel Penrose. Non sta a me spiegarvi perché funzioni, non sono un fisico. Ma posso dirvi che esiste, posso ricordarvi che esiste. Posso confortavi e terrorizzarvi nel pensiero che voi sarete per gli altri quello che loro vorranno fare di voi. Da vivi, da morti, potete cercare di essere consapevoli di che effetto volete avere sulle persone, sulle realtà che vi circondano, potete cercare di scegliere che siano positive, o, se volete essere malefici, negative. Nessuno ve lo potrà impedire. Magari vorreste che raccontassero storie di voi. Che vi ricordino adesso o dopo la vostra morte come una figura positiva, forte, solare o malinconica e poetica. E poi sperare che sia così, e che da vivi, o da morti, vi percepiscano come una cosa bella, o una cosa terribile, se quello vorrete, anche se sarà difficile, per fortuna, e lo dico con convinzione, per fortuna, sarà difficile che vi immaginino esattamente come voi immaginate voi stessi. Perché molti di noi si vedono molto molto peggio, almeno per alcuni periodi della propria vita, di come ci vedano gli altri.

È un bene però sapere come ci vivono gli altri. Ci riporta a noi stessi, ci fa vedere l’effetto che possiamo avere, ci incuriosisce, diventiamo noi storie meravigliosi, a volte stupefacenti e sconcertanti da raccontare, ognuno di noi.

Ma soprattutto, ci dice che siamo immortali. Siamo già immortali, e siamo viaggiatori nello spazio e nel tempo. Possiamo chiuderci finché ci pare, isolarci finché vogliamo, ma chiunque ci abbia già incontrati, a meno che fossimo assolutamente immemorabili, avrà una vita che ci attribuisce, una realtà solida, un aspetto fisico, che ha bene in mente e in cui esistiamo, siamo. Siamo, inoltre, molteplici. Uno, nessuno e centomila, come diceva Pirandello. Quelli siamo noi.

Esserne consapevoli è tutto. Essere consapevoli che in ogni persona che incontriamo lasciamo un seme, che secondo l’esperienza che quella persona avrà con noi, rimarrà lì, dormiente, o si espanderà, o crescerà rigoglioso e forte. Siamo tantissimi, e non siamo niente, in quanto siamo quello che l’altro percepirà, e saremo inoltre il risultato dei tanti semi che gli altri hanno lasciato in noi. Possiamo scegliere, però, di curare e sviare la crescita dei semi che ci hanno lasciato gli altri, e girare, manipolare, e gestire la realtà che essi sono per noi, e cercare, per quanto riusciamo, a curare almeno un poco il seme che lasciamo agli altri, e se li rivediamo, osservare l’immagine di noi che è cresciuta in loro, fermarci, riflettere, pensare: come mi sta vedendo questa persona, come mi vive, mi percepisce, che effetto ho su di lei? Mi va bene che sia così. Se sì, benissimo, lo coltivo e lo espando come voglio. Se no, posso cercare di ridirigerla, di cambiarla un poco, di aggiustarla… come durante la cura di un bonsai.

Certo ci sono casi che non possiamo cambiare. Abbiamo avuto quella possibilità e adesso non possiamo più. E lì non possiamo fare nulla.

Un morto che vive dentro di noi lo possiamo gestire soltanto noi, lui non può più fare nulla per influenzarci. Ma c’è, vive. Siamo vivi, e tantissimi. Possiamo scegliere di essere demoni, o di essere angeli, o di essere figure epiche o figure drammatiche o figure tragiche o insetti, fastidiosi, irti di continui punzecchi che infastidiscono con zanzarine, come moscerini. Ma siamo noi a scegliere, fino a un certo punto. Per il resto sceglieranno gli altri, ma non per questo la loro realtà e come vivono loro noi è meno noi.

Quindi, ecco, possiamo scegliere di essere più o meno consapevoli di quanto di noi è in giro, e cosa di noi è in giro, e di che sentimenti, riflessioni, esperienze e ispirazioni causiamo negli altri. Ma non possiamo scegliere la nostra ubiquità, e la nostra immortalità: non dobbiamo ambire ad essere dei, in quanto lo siamo già.

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