Salento Verde: da dove nasce l’idea?

La mia Associazione Interculturale (working title: Salento Verde, qui il post che ne parla, e qui l’aggiornamento su un possibile terreno da usare) vuole basarsi su un modello preesistente e trasformata per adattarsi alla realtà geografica e politica del Salento.

Se cercassi di descrivere la Galleria (la Galerìa de Arte Elemental, vicino Facinas, in Andalusia, in cui ho vissuto per qualche mese nel ‘95 e poi nel ‘96) in poche parole, ma anche come ci sono arrivata, perché ci sono tornata, e cosa le è successo nell’arco della sua breve ma intensa storia, fallirei sicuramente e permetterei a chi mi legge di farsi mille preconcetti e decidere da sé la natura dell’esperienza.

Foto di Cristobal Iglesias, la Galerà agli inizi, quando non era ancora un’oasi lussureggiante verdissima in mezzo all’erba bruciata estiva daell’Andalusia. Da qui: http://cristobaliglesias.blogspot.com/2011/05/galeria-de-arte-elemental.html

D’altro canto, devo cercare di riassumere perché potrei scrivere se non un libro, quantomeno vari capitoli al riguardo.

Se siete curiosi, qui qualche link di gente che l’ha vissuta, con qualche foto:

Una Galleria appena nata, http://cristobaliglesias.blogspot.com/2011/05/galeria-de-arte-elemental.html incluso il Huevo (uovo, la struttura che inglobava il bar e area di spettacolo e faceva ombra e riparava dal vento) e una foto aerea del luogo: un ricordo importante anche per me per assicurarmi che non si trattò solo di un’allucinazione mia.

http://cristinaperezdevillar.blogspot.com/2010/08/cabellos.html (in spagnolo, all’inizio ci sono foto della Galleria e poi della loro specifica performance)

Qui un accenno molto tecnico di una persona che si occupa di agricoltura sinergica, e della sua collaborazione con la Galleria e Luciano Furcas (in italiano) http://www.agricolturasinergica.it/articoli/eh_ortosolaria.pdf

Qui un estratto di un libro in cui si menziona la Galleria e «l’indomabile» Shena (in inglese) https://books.google.it/books?id=eUIQdfAxwXAC&pg=PA96&lpg=PA96&dq=%22galer%C3%ACa+de+arte+elemental%22&source=bl&ots=ovpHV70V8e&sig=ACfU3U3LPmqWwQq-wdIG-BeqEpPjcufkrg&hl=en&sa=X&ved=2ahUKEwjXsej8tvziAhUN6KQKHaB_Cb8Q6AEwDnoECB0QAQ#v=onepage&q=%22galer%C3%ACa%20de%20arte%20elemental%22&f=false

Qui si parla di Luciano e della sua filosofia di «giardinaggio» (in spagnolo) https://eljardindemagallanes.es/garden/ldb16-huerto-del-rey-moro/post/918

Luciano oggi (in inglese) http://www.masmenos.es/2017/03/together-in-the-garden/

E anche qui, si parla di permacultura in genere e di Luciano https://elcorreodelsol.com/articulo/el-poder-de-la-permacultura

Adesso un po’ di storia della Galleria, il modello a cui mi vorrei rifare. Se non vi interessa e volete subito capire che tipo di progetto vorrei creare, passate subito al Paragrafo Associazione Interculturale Salento Verde (nome assolutamente ipotetico) cliccando qui: 55

Posso magari iniziare dall’ex ambasciatore italiano ad Algeciras (o viceconsole), in Spagna, e di come fece da mediatore (come vorrei io che fosse la figura del mediatore) per me, quando mi trovai – alla fine di un’esperienza che mi aveva portata attraverso tutta la Spagna, senza una lira, chiedendo soldi per strada in cambio di due note di flauto e dormendo in spiaggia – a chiedere il foglio di via perché mi riaccompagnassero alla frontiera italiana con la coda tra le gambe.

Egli mi disse: «Ma tu non vuoi davvero tornare a casa, vero?».

La risposta la potete immaginare. Lui mi disse allora di un centro, non lontano da Algeciras, dove era stato suo nipote per qualche settimana e si era trovato benissimo, e dove in cambio di un po’ di lavoro nell’orto avremmo potuto avere vitto e alloggio. Ci diede i pochi soldi necessari a prendere l’autobus che ci avrebbe portato lì e lì siamo andati, ed è iniziata l’avventura della Galleria.

Questo centro era diverso dai molteplici che erano sbocciati negli anni ‘90 in tutta Europa, con la New Age dappertutto che già prendevo enormemente con le pinze. Sono sempre stata interessata a tutto, e nel contempo sono sempre stata molto scettica, e non appena sentivo nell’aria l’essenza di santoni, «credenti» di qualsiasi genere, o fissazioni varie, giravo alla larga. Non appena conobbi i due gestori del centro, Shena e Luciano, capii che qui l’aria che tirava era diversa.

Luciano si presentò semplicemente come proveniente dalla Sardegna, interessato alla Permacultura di cui se avessimo voluto ci avrebbe parlato dopo, e con questa ha creato l’orto da cui la Galleria prendeva tutte le verdure. Arrivare dall’arsa Andalusia in questo luogo lussureggiante era già abbastanza come dimostrazione del successo della sua tecnica, devo dire. Lui ci disse che chiedeva un po’ di lavoro la mattina nell’orto, secondo le sue istruzioni, dopodiché il pomeriggio eravamo liberi di fare e andare dove volessimo.

Shena era Sudafricana, prima di venire in Spagna lavorava alla FAO, e ci disse che lei gestiva le attività «a contatto con il pubblico» della Galleria. Ci spiegò il concetto dietro alla Galleria d’Arte vera e propria, dove cioè artisti esibivano quadri, sculture e performance, che già in poco tempo aveva una buona reputazione in Andalusia e oltre.

Per il resto, Luciano ci fece vedere dove potevamo stare, e ci disse quando ci saremmo trovati la mattina per la colazione insieme agli altri.

Mi fermo qui, perché qui inizierebbero capitoli di storia.

Perché si era distinta, secondo me, la Galleria? Innanzitutto non esibiva un credo, una filosofia, una direzione. Avevano un sistema di turbina a vento che aveva installato loro un ospite ingegnere neozelandese che era venuto in visita, con il quale facevano l’acqua calda per la doccia e il lavandino in cucina. Ma avevano anche l’elettricità per qualsiasi evenienza. Non erano «fanatici ecologisti». Usavano i primi prodotti naturali per lavare i piatti, ma quando c’era grasso si usava l’acqua calda e il liquido lavapiatti. Nessuna fissazione, nessuna esagerazione, nessun radicalismo.

Si, c’era la filosofia architettonica e di coltivazione della terra della Permacultura, che si estendeva, se possibile e desiderabile, a una filosofia riconducibile a tutti gli aspetti della vita, ma la maggior parte dei permacultori non si fissano con le filosofie al di là dal creare un giardino che ti permetta di vivere in autonomia e mangiare verdure fresche e saporite anche in un contesto poco generoso come quello andaluso, arso e riarso dal caldo e il vento implacabile. Solo se eri interessato tu nello specifico, Luciano te ne raccontava, altrimenti nessuno ti diceva nulla tranne che per spiegare che avresti gestito questo orto in modo molto diverso da un orto tradizionale.

Venivano gente locale e gente da tutto il mondo. Era Galleria d’Arte come potresti sperare di trovare in centro di Londra ma aveva anche il senso di un luogo hippy, se tu lo volevi. Ma LORO non erano hippy, non erano guide spirituali, e soprattutto, non si facevano illusioni di essere completamente autosufficienti.

Ogni tanto veniva un ospite che sapeva di fotografia, o di reiki, o di cucina macrobiotica, e facevano dei seminari al riguardo. Ma arrivavano anche stranieri che volevano stare per sempre in Spagna e allora Shena li aiutava a trovare lavoro come insegnanti a Seviglia, o sfruttava le proprie conoscenze per metterli in contatto con futuri lavori. Qualcuno voleva rimanere lì, e allora Shena, o Luciano se volevano lavorare nell’ambito della Permacultura, trovava loro un compito più importante all’interno della Galleria.

Con noi fu così, ma questa è un altra storia.

Quindi, Luciano pensava al giardino, all’architettura, ad andare a recuperare materiali in giro. La filosofia della permacultura in pochissime parole è che secondo il luogo dove sei, accompagni la natura a creare un giardino dove ogni pianta si aiuta a vicenda a raggiungere il proprio delizioso potenziale. Con questo sistema, puoi avere giardini con verdure e fiori nel deserto, nel centro di una città, e così via. Si sfrutta quel che offre il luogo: l’umidità del mattino, un particolare tipo di “erbaccia”, si irriga secondo le necessità di quella particolare terra e così via. Alla base c’era un’idea di «rivoluzione della lattuga»: l’ideatore promuoveva la rivoluzione gentile secondo la quale in un prato curatissimo e sterile del centro di New York potevi buttare semi e promuovere il «chaos verde». Anche l’architettura segue questo principio, adattandosi alle necessità specifiche del luogo dove si sta creando il centro.

Chi voleva, come me, andava un pochino oltre e vedeva come il concetto si applicasse a tutte le interazioni umane di quel piccolo centro: chi poteva fiorire, e raggiungere il proprio potenziale, o solo essere se stesso, chi veniva solo per ispirazione, e chi, purtroppo, veniva come erbaccia e minacciava di soffocare le buone intenzioni.

Shena, invece, era assolutamente pratica, (anche se secondo tutti noi era davvero magica, invece). Lei era pienamente consapevole dell’importanza di avere sì, delle belle intenzioni, ma le piaceva avere a che fare con il mondo dell’arte, sapeva che di soldi c’era sempre bisogno e bisognava interagire con persone non solo idealisti ed hippy, ma imprenditori, gente con acume per gli affari, e così via. Sarà per quello che chi parla di Luciano lo definisce facilmente (e sempre positivamente), ma Shena era una cosa a parte. Lei andava a fare massaggi negli alberghi vicini, si occupava di reclutare artisti ma anche di invitare ospiti i quali, in cambio di una vacanza in un posto bellissimo magari offrivano corsi o seminari a pagamento per la gente dell’esterno. In più, lei reclutava i cuochi e i manager del bar.

Quest’ultima non è una cosa da poco.

Il bar era un luogo estremamente «cool» (fico). La prima volta che andai c’era un Americano che si occupava del bar, e rese famoso in tutta la zona un cocktail analcolico di miele e zenzero che ancora desidererei saper replicare. Era così popolare, quel bar, che veniva gente da Siviglia per passarci la serata. Oppure ci si intrattenevano gli artisti (perlopiù locali, con il concetto di permacultura, appunto, di mantenersi sul locale, un po’ come una galleria che ho visto a Lecce, dove o sei salentino, o sei un artista che lavora con tecniche o materiali o ispirazione dal Salento) dopo la loro mostra, o per chiacchierare con i clienti a cui avevano venduto una scultura o un quadro.

La volta dopo c’era una donna, anch’essa sudafricana, che implementò la cucina macrobiotica, dapprima come possibile scelta, poi come unico cibo offerto, per diventare poi una figura che iniziava a sapere un po’  troppo di guida spirituale. In questo periodo, durante la mia seconda visita, non stavo più nella Galleria stessa, ma siccome avevo un bimbo piccolissimo e Shena sperava che noi intervenissimo per portare avanti la Galleria in futuro, stavo nella casa di Facinas, il paese vicino. Era una grande casa con due corti dove ognuno aveva i propri spazi privati e poteva decidere di cucinare in comune oppure no. Grazie a questo, abbiamo avuto la possibilità di vivere la Galleria dall’esterno, e osservare quel che stava accadendo, e anche, purtroppo, l’inizio del suo disfacimento.

Luciano si stava trovando circondato da «fan». Shena sembrava stata messa in ombra dalla cuoca macrobiotica, stava sempre più in disparte e si vedeva sempre meno. Secondo me si stava cominciando a perdere il progetto originario. Un giorno arrivammo alla Galleria e Luciano era devastato: il giardino era stato letteralmente invaso da un branco di maiali, che non si sa da dove fossero arrivati considerando che non c’era nulla nel raggio di moltissimi chilometri. Avevano distrutto tutto, rotto le strutture, il giardino, un disastro.

Qualche settimana dopo, in un giorno qualsiasi senza più vento del solito (in Andalusia c’è il Levante, un vento fortissimo e tremendissimo che rende quasi impossibile la crescita della vegetazione e, per molti, anche viverci!) hanno cominciato non si sa come a rompersi tutti i vetri del luogo.

Ora, a questo punto si entra nel realismo magico à la Gabriel Garcìa Marquez. Ma questo scrittore si ispirava proprio a realtà del genere, cose che succedono davvero in Sudamerica che sembrano assurde, magiche.

Per Shena e per Luciano, però, era tutto sin troppo reale. Un po’ come la teoria della finestra rotta di cui ci parlava il nostro professore psicoterapeuta, avendo commesso l’errore di far entrare persone ed elementi e comportamenti negativi, essendosi «distratti», il luogo ha cominciato sempre più ad attirare il chaos, gente negativa, e via dicendo.

Purtroppo, per motivi personali io non potetti dedicarmi a questo luogo come avremmo tutti sperato. Siamo tornati in Italia con una macchina di quarta mano che si è fusa arrivati nella nostra città, e abbiamo lasciato la Galleria.

 

3-4 anni dopo, con un’amica, abbiamo deciso di fare un giro per la Spagna e la implorai di passare a vedere se la Galleria esistesse ancora. Ero andata via che si contemplava l’idea di venderla a un ristoratore, o se la sarebbero potuta prendere in gestione uno dei vari centri vicini che avevano preso ispirazione da loro, oppure sarebbe potuta diventare una casa privata.

Quando arrivammo dovetti uscire dalla macchina e girare più volte per essere sicura che fossimo nel luogo giusto. Della galleria non c’era più niente. Non c’era il recinto, un sasso fuori posto, traccia delle fondamenta della casa, assolutamente niente. La natura del posto che la galleria occupava era esattamente come quella circostante, brulla, con erba secca, massi e sassoni.

Riuscimmo a rintracciare degli italiani che si erano stabiliti da quelle parti e che avevo brevemente conosciuto quando stavo alla galleria per chiedere informazioni su cosa fosse successo. Successe che Shena e Luciano se e andarono ognuno per la propria strada, che Luciano si trasferì a Tarifa (adesso vive a Siviglia) e Shena se ne tornò in Sudafrica (tornando ad insegnare presso l’Università). Mi dettero notizie gravissime di uno dei miei personaggi preferiti della prima galleria, il cuoco Andreas, e di come e perché fu mandato via. Notizie tristissime di Juan, il nostro caro chitarrista flamenco che con la moglie allietava spesso le serata con danze flamenche e la sua chitarra.

Un posto che pareva fatato aveva finito con lasciare il nulla.

Associazione Interculturale Salento Verde (nome assolutamente temporaneo – vai al post dedicato)

Mi fermo un attimo per dire che il progetto che vorrei creare qui in Salento si distinguerebbe in quanto:

1) avrebbe uno scopo preciso, e cioè di individuare il potenziale o aiutare una persona a riconoscere il proprio potenziale e dar loro la possibilità di viverlo, grazie alle nostre conoscenze, mezzi, o idee, o semplicemente offrire un luogo dove, anche per poco, uno si possa sentire accettato e parte di un gruppo.

Un esempio di potenziale, molto semplice, è un ragazzo che arriva dal Ghana che invece di fare l’elemosina davanti al supermercato fa quello che faceva prima, e cioè l’addestratore di pugilato.

Un altro, una ragazza salentina che invece di occuparsi dell’attività dei genitori lottando per mantenere i suoi molteplici animali, trasforma la sua passione per gli animali in un «petting farm», un modello molto popolare in Inghilterra.

Ragazzi stranieri, che siano americani e australiani come africani o del medio oriente, interagirebbero sia nel divertimento e nel relax (essenziale per cambiare la concezione di persone straniere sempre e solo in necessità di aiuto!) sia nel offrire e ricevere aiuto (ad esempio, una ragazza nigeriana che offre consigli su come loro vivono la gravidanza, e magari anche il parto, magari a casa era ostetrica e può tenere un seminario.

Insomma, l’idea è di creare un’associazione interculturale che nel suo stato più «dormiente» offrirebbe bar, aperitivi, caffè, tè (secondo chi ci lavora, ci saranno ricette/idee diverse) accesso ad informazioni (o chiacchierando con la gente che ci sta lavorando o accedendo a terminali provvisti di internet, sempre con l’assistenza di una persona dell’associazione che insegna come usare internet e come cercare le informazioni che servono, e come rendersi più facile la vita con email PEC e SPID e strumenti del genere).

All’interno della struttura, se la struttura la permette, ci possono essere mostre fotografiche o di scultura o di pittura da cui si possano anche acquistare pezzi. Si possono invitare in modo occasionale o permanente venditori di oggetti carini/inusuali/di culture diverse (ovviamente devono essere tutti in regola).

Il luogo si adatterebbe a chi c’è, chi porta il corso, chi è disponibile. Ma il luogo base rimarrebbe il bar/infopoint, che nei dintorni si farebbe la fama di bar con aperitivo tranquillo dove si potrebbe trovare una cosa diversa tutte le sere.

Insomma, l’aspetto esterno del luogo è chiaramente da definire in base a chi ci sarà, e cosa si trova.`Sul bancone, o anche vicino all’ingresso, potrebbero esserci anche i foglietti su ispirazione del lavoro fatto da una delle nostre prof anni fa: «Lo Sapevi che…» con tutta la serie di diritti e soluzioni che la gente non conosce, colorati come li aveva fatti lei e così distinti per argomento.

Vorrei soprattutto avere un posto dove, ad esempio, una donna che vive una situazione di violenza familiare, possa venire con la scusa di andare in un qualsiasi bar, senza dover definirsi donna vittima di violenza che va in un centro per donne vittime di violenza (primo passo, difficilissimo per molte, e molte non saprebbero nemmeno che esistessero centri centri) , e lì, sorseggiando un cocktail, può scoprire tutti i diritti che ha, scoprire che ci sono avvocati che potrebbero aiutarla pro-bono perché lei non ha soldi suoi, e via dicendo.

 

Io trovo che l’avere un pubblico a cui rivolgersi talmente ampio da essere indefinibile sia un vantaggio, e non uno svantaggio. Porterebbe avanti un concetto di diversità vista come cosa assolutamente normale e positiva, mentre noto che troppi, troppi commenti negativi delle persone sono contro «categorie» («a loro gli aiuti e a noi no» ecc. ecc). In questo luogo, vieni se hai bisogno di aiuto, o vieni perché il bar è carino. Magari non sapevi nemmeno di aver bisogno di aiuto! Magari trovi l’ispirazione per cambiare una situazione che ritenevi inamovibile.

Nel mio studio/tesina di fine corso di Mediatore Interculturale vorrei approfondire:

1) Le cause del successo e poi del fallimento della Galerìa de Arte Elemental, come centro non-limitato e unico nel suo non-genere, una breve analisi fatta da me coadiuvata con interviste, analisi se possibili di altri che l’hanno vissuta.

2) Come potrebbe applicarsi nel Salento un concetto simile, dove sarebbe meglio crearlo, tutti i fattori burocratici perché sia fattibile. Regolamenti, ostacoli burocratici, eccetera.

3) Idee per trovare fondi e su come una tale diversità di intenti possa essere accolta con favore oppure no nella realtà locale. Normativa di riferimento a cui penso ora è questo: 

NORMATIVA DI RIFERIMENTO
Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio n. 1296/2013
relativo a un programma dell’Unione europea per l’occupazione e
l’innovazione sociale e emendamento alla Decisione n. 283/2010/EU
che istituisce lo strumento europeo di microfinanza per l’occupazione e
l’inclusione sociale: REGULATION (EU) No 1296/2013.

promuovere l’occupazione e l’inclusione sociale, migliorando
la disponibilità e l’accessibilità della micro finanza per i gruppi
vulnerabili e per le microimprese, e facilitando l’accesso ai
finanziamenti per le imprese sociali.

4) Analisi di come si possa presentare in modo accettabile per la cultura locale l’iniziativa (per non passare per strani, hippy, ecc), e soprattutto come «filtrare»: vogliamo essere un luogo aperto e che accoglie, ma vogliamo tenere fuori i loschi figuri che vogliono approfittare delle persone vulnerabili che verrebbero attratte e/o i vittimisti cronici e inutili.

Note:
1 -Diversamente dal Salento, l’Andalusia è magnificamente collegata sia via treno che via autobus, tutti puntuali, segnalati bene e con orari e modalità di pagamento ben chiare. Questo è da tenere ben in mente quando si sceglierà il luogo, dato che gran parte del Salento sembra irraggiungibile senza auto. 

2 - Di quest’ultima, a mio avviso e secondo un paio di collaboratori, davvero troppa poca. Questo creava un po’ di risentimento nella popolazione locale, e questo è un altro fattore che voglio assolutamente evitare. - (D’Agata et al)

Salento Verde: Il Terreno

Oggi sono andata a vedere il terreno in vendita su cui potrebbe partire il mio progetto.

Questo è come si sta profilando, sempre secondo l’ottica (vedi post precedente) della fluidità, e cioè che il progetto deve, per sua natura, evolversi secondo le realtà che vanno man mano manifestandosi.

Il luogo che ho visitato si può dividere concettualmente in tre parti.

La prima è l’area – al momento occupata da dei ragazzi che stanno facendo un «progetto sociologico» con i quali devo ancora riuscire a parlare, dato che vado sempre lì di mattina molto presto – che mi ha attratta e conquistata da subito, e dove mi ero diretta pensando “certo che a poterlo fare qui, un bel giardino, sarebbe stupendo”.

Ecco come si presenta al momento:

Arrivando e vedendo che qualcuno aveva già montato una versione molto, ma molto grossolana della Galerìa de Arte Elemental di Facinas, Andalusia, Spagna (ecco qui un post al riguardo) ho pensato accidentaccio qualcuno è arrivato prima di me? Ma che permessi ha avuto? Eccetera. Poi ho continuato a camminare e ho visto sulla sinistra, davanti a un’area tutta verde, il cartello vendesi. Ho contattato il proprietario e oggi lui mi ha fatto vedere questo giardino, e mi ha fatto vedere anche il secondo, per il quale ovviamente il prezzo raddoppierebbe. Ecco le foto del secondo posto, che contiene già luce, acqua, un piccolo bungalow, pozzette pesci, ponticelli, un trullo/bar e un meraviglioso belvedere:

Questo posto diciamo sarebbe già pronto così com’è ad accogliere un piccolo club, un baretto, gente che visita, corsi di meditazione, riunioni di ballo, e chi più ne vuole più ne metta. Insomma, il progetto Salento Verde di cui parlavo qui. Come accennato nelle immagini, l’orrendo fuoco del 2017 è riuscito a passare attraverso un buco nel muretto a secco che circonda il giardino e si è fermato appena davanti al bungalow, distruggendo tutto il sottobosco. Ma la natura è forte e si sta rimettendo in sesto.

La terza gallery riguarda il “mio” giardino. Il proprietario, E., ex genetista di Bari ora in pensione, laureato in agraria, prima aveva tutto etichettato: era un vero e proprio orto botanico di specie perlopiù endemiche, ma anche se le foto non rendono, immaginate le piante in ordine, ognuna nei propri spazi, vialetti, ringhiere, che scendono dolcemente senza fatica per la collina. Lui sta avendo sempre meno tempo, e vuole vendere in quanto sa che non potrà portare avanti questo giardino per sempre, e i figli sono lontani e occupati in altro.

Il giardino è portato avanti secondo la sua ottica, con l’aiuto (pagato equamente nonostante la derisione degli altri, e quindi già il proprietario attuale mi è simpatico e si rifà allo spirito del Progetto) di Ahmed, un ragazzo del Senegal, che io riassumerei perché lavori con noi. Ovviamente,  dice lui, il giardino cambierebbe secondo la mia ottica.

Le foto non rendono proprio l’idea. Il giardino fa venire voglia di passeggiare in quel piccolo labirinto di alberi felici: allori, ginestre, agrumi vari, oleandri, il tutto nella quiete più assoluta e il mare che si sente già.

Di seguito le foto da sotto: con una semplice aggiunta di un sentiero, pochi passi porterebbero giù a Lido Conchiglie, e al mare (a sinistra parte uno dei tratti di spiaggia più lunghi dello Ionio fino a Gallipoli, a destra c’è la Montagna Spaccata e poi La Reggia):

Quindi. Partendo dal piccolo giardino, si inizierebbe a rimetterlo a posto per bene con l’aiuto di Ahmed e altri amici/collaboratori. Si potrebbero quasi da subito iniziare a creare mini-campi estivi, corsi di lingue, incontri, una bacheca, virtuale e non. Piccolo servizio rinfreschi, possibilità di roulotte o altri mini luoghi per dormire. Magari costruire un microstruttura ricettiva (tipo uovo, v. post sulla Galleria) per quando piove.

Ma può anche essere solo il mio giardino dove si viene a progettare il Giardino 2. Qui si coordina e si discute come partire con la struttura più grande. Quella si potrà fare/acquistare solo quando avremo già fatto qualcosa, per poter richiedere finanziamenti, ma lì si potrà implementare il progetto Salento Verde.

Un accordo con il proprietario per “bloccarla” e iniziare a metterla a punto senza dover pagare subito il prezzo pieno è già stato discusso ed è possibile.

Prima o poi, secondo i loro tempi, collaboreremmo con amici che pensano di prendere una masseria, con a fianco annessa una pet farm, da cui potranno vendere prodotti tipo miele, uova, eccetera, a mo’ di agriturismo. Lì potrebbe esserci un bar a tempo pieno e potrebbero inviare pochi clienti scelti, prodotti locali, persone che hanno bisogno di assistenza particolare non offribile in un contesto commerciale, e via dicendo. Ogni tanto, anche qualche agnellino o pulcino o asinello secondo gli animali della petting farm, oppure portare noi le famiglie e i bambini lì. Insomma, noi saremmo l’associazione no-profit di dignità e indirizzamento al lavoro e aiuto alla persona, creeremmo una realtà locale che spinge a vedere la diversità come una cosa positiva e non da evitare, e loro sarebbero la realtà commerciale: ci potremmo aiutare a vicenda.

Da noi ci possono essere: bacheca virtuale via internet, chiacchiere con persone per consulenza di vario tipo, indirizzamento a varie organizzazioni e/o aziende con accordo con noi che assumano o aiutino, come da post precedente insomma.

Ci può essere un piccolo gruppo “fisso” che risiede lì, soprattutto durante l’estate, o si va e viene secondo necessità.

Per più dettagli/idee di cosa si potrebbe offrire nel Giardino 2, andate al post precedente.

Riassumendo: potrei acquistare o almeno fermare il primo giardino. Lì possiamo iniziare a cooperare e collaborare in attività di freelance/liberi professionisti, intanto ottenere la nostra qualifica di mediatori interculturali  continuare a rendere il progetto più concreto. Pensare a finanziamenti ma anche in cosa investire innanzitutto. Per quest’ultima il contributo dei nostri prof. del corso Cefass sarebbe di enorme aiuto.

Ovviamente, avessimo i fondi prima, si potrebbe invece bloccare/acquistare già da subito il Giardino 2. Ma non prevedo movimento in tal senso almeno per un anno.

Questo progetto ti può interessare, in qualsiasi ruolo? Se si, teniamoci in contatto, fammi le tue proposte, o dimmelo e ti consulterò per quanto ti riguarda.

Working title: “Salento Verde”

Sappiamo tutti che lo Stato Italiano è una repubblica fondata sul lavoro. Questo è un caposaldo che va al di là delle mere parole. Che ci piaccia o meno, viviamo in una società capitalistica, fondata sul denaro e nella quale, che ci piaccia o meno, il denaro è il nostro biglietto per la libertà. E cos’è la libertà?

Nina Simone in uno stralcio di intervista ci dice che è «poter non avere paura».

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Cosa significa secondo te essere liberi?

Cosa significa essere liberi per me? La stessa cosa che significa per te. Dimmelo tu.

No no, dimmelo tu.

È una sensazione. È una sensazione. Come si può spiegare a qualcuno come ci si sente quando si è innamorati? Come spieghi a qualcuno che non è mai stato innamorato come ci si sente ad essere innamorati? Non riusciresti neanche provandoci. Puoi descrivere le cose, ma non puoi spiegarle. Ma lo riconosci quando succede. Questo è quello che intendo con l’essere liberi. Ci sono state un paio di volte in cui mi sono sentita veramente libera sul palco, ed è tutta un’altra cosa. Davvero, è una cosa completamente diversa! Ti dirò cos’è la libertà per me: niente paura! Dico sul serio, niente paura. Se avessi potuto sentirmi così anche solo metà della mia vita. Niente paura.

È grande questa frase. Vuol dire non avere paura fisica, di bombe, maltrattamenti, torture, fame, sete, dolore fisico. Paura della morte di una persona cara disabile, malata. Paura della nostra stessa malattia. Paura di essere presi in giro, sfruttati, manipolati, sgridati, abusati, picchiati.

La Libertà è assenza di paura? Questo è un concetto enormissimo, e anche solo per avere quello già ti aiutano o il denaro (che puoi ottenere tramite il lavoro) o gli amici, una società comprensiva, addirittura conoscenti o sconosciuti incontrati per strada, professionisti che lavorano pro-bono o per tariffe abbordabili, come consulenti, commercialisti, avvocati.

Ma per me la libertà è un passo in più. Quello che ti permette di evitare la paura è la dignità. Un senso di valore personale, di orgoglio e consapevolezza del nostro valore.

La dignità non si ottiene tramite enti di aiuto, caritatevoli, né aiuti degli amici, né l’amore e il supporto dei parenti né il welfare statale.

La dignità si ottiene eseguendo un lavoro, che ci piaccia e che ci sentiamo orgogliosi di fare, sentendo di farlo bene, con il permesso e la possibilità di farlo al nostro meglio, e venendo pagati il giusto per farlo.

La dignità non conosce livello economico: puoi fare un lavoro piccolo piccolo che ti dà giusto quel che ti serve per vivere ma ti piace e avere un alto livello di dignità, e quindi di libertà personale, oppure puoi avere un lavoro a cui ti sei venduto per fare tanti, tanti soldi, ma la tua dignità non ha prezzo e quindi, non sei libero, per quanto tu possa essere ricco.

La Costituzione Italiana, nel suo Articolo 3, concorda con me:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

La dignità, o la mancanza della stessa, è il comune denominatore senza il quale le persone hanno paura, e quindi da quello deriva tutto ciò che è male nella nostra società. La paura ti porta ad abusare, a maltrattare. A rubare, a ingannare. La paura ti porta a chiuderti, a scappare, a nasconderti. La paura ti porta a deprimerti, a perdere il tuo senso di valore. Ti porta anche ad accusare gli altri di causarti danno, quando questo non è vero.

Io vivo in un luogo magnifico. Il Salento. Costellato di persone di grandissimo talento, di grande cuore. Eppure, anche qui, esiste la paura. Si temono gli stranieri, si fanno le cose sottobanco per scappare dal temibile stato. Si mantiene un clima di paura e impotenza per mantenere l’illusione di potere sugli altri.

Io ho avuto una vita che molti definirebbero «allo sbando». Terrorizzante, per molti, solo l’idea di una vita come la mia, senza radici, senza «conoscenze», sempre ricominciando da zero, senza alcuna stabilità economica, sociale, culturale.

Gli unici «noi» che concepisco sono gli esseri umani, e spesso questo si estende a creature che vivono su questo pianeta: tutti nasciamo, viviamo, e moriremo.

Il mio progetto trova i primi germogli nella mia mente e nel mio cuore all’età di 12 anni, quando la mia maestra di storia e geografia del Colegio Anglo-americano Prescott in Arequipa, Perù, una città incredibile e magica in una nazione altrettanto magica e potente nello spirito, ci spiegava la ricchezza immensa del loro paese, e di come e perché nonostante questa ricchezza, i peruviani non ne potevano trarre vantaggio e invece era una nazione povera.

A quell’epoca, mi era sembrato evidente che la cosa da fare fosse creare un centro dove insegnare l’inglese ai bambini peruviani, anche quelli più poveri, i quali poi avrebbero seguito studi che li portassero a laurearsi in America, per imparare le cose che gli americani sapevano per sfruttarli, e poi tornassero nel loro paese e le mettessero a frutto, mettendo a lavorare i loro connazionali, avendo loro il potere di commerciare e dettare condizioni nei loro commerci con l’estero: in questo modo, le magnifiche risorse peruviane sarebbero rimaste ai peruviani.

Figure 1: De Edubucher – Trabajo propio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=16924319

I vulcani Chachani e Misti, lo sfondo di Arequipa.

La mia vita è continuata attraverso nuovi continenti, nuove esperienze, persone, destini, sfide, difficoltà, gioie, traguardi. Durante tutti questi anni avevo solo due chiodi fissi: avere un cane, meglio se un pastore tedesco, e creare questo progetto.

Il progetto si evolveva e si modificava nella mia testa man mano che la vita mi propinava nuove esperienze, nuove conoscenze, nuove consapevolezze. Ma rimaneva lì, un chiodo fisso.

Come con il cane, ho avuto esperienze inizialmente bellissime che non si sono concretizzate, ma di questo parlerò in altra sede. Con il cane, ho raggiunto finalmente il mio sogno con la nostra meravigliosa Nikita, una cucciola di Pastore Tedesco che ora ha 8 mesi. Ha persino un bellissimo bandana. Il sogno «cane» è completo.


Per il sogno «progetto» la storia è più complessa. La vita ha sempre preso il sopravvento, e la continua necessità di sopravvivere a varie difficoltà o semplicemente altre priorità (i figli, soprattutto) e l’assenza di risorse (una cronica e continua mancanza di fondi miei, da gestire come volessi io) hanno fatto sì che il progetto si rimandasse all’infinito.

Ma chi mi conosce sa come posso essere ossessiva con un’idea. Morirò, e avrò ancora in testa quel progetto, e come potrei aver fatto a metterlo in piedi. Che cosa mi è sfuggito, quale possibilità non ho colto.

Questo progetto vuol conferire alle persone quella sensazione che io ho provato ogni qual volta mi veniva restituita la mia dignità.

Quello che vorrei fare ora, il più schematicamente possibile, è portare i miei forti ideali di uguaglianza del diritto alla dignità e quindi alla libertà nell’apprezzamento della diversità in un luogo concreto.

Un punto di ritrovo, un posto sicuro per ogni tipo di persona, che sia non aggressiva, non violenta, e pacifica, che sia o si senta, per un motivo o per l’altro, sperduta come sono stata io tante volte, e come ho visto essere tante volte gli altri, o che semplicemente voglia un bel posto dove interagire con altri, o che voglia offrire i propri servizi e professionalità e talento a chi li apprezzerà davvero (ovviamente, con il giusto compenso)

Struttura:

  • In «vetrina»:

    • un bar/caffè. Un bar/caffè operativo di giorno e di sera, che offra dal caffè alla tisana al cocktail. Che inviti all’ingresso e faccia sentire a proprio agio un musulmano, come un vegano, come un disabile, come uno straniero, come un cittadino qualunque che vuole scoprire nuove mete per l’aperitivo e ascoltare buona musica. Persona di riferimento già individuata, S.G.

  • Il contorno:

    • Se possibile, sarebbe bellissimo ricreare un giardino/orto in permacultura (più info qui). Ma questo dipenderà dall’avere o meno una persona che voglia contribuire che ne sappia. Speranza di persona riferimento in questo caso: Luciano Furcas.

    • Altrimenti, un setting della meravigliosa natura di fichi d’india, rocce accaldate e agavi naturali del Salento. Luogo possibile individuato con vista su mare, circa 4000 mq, dalla strada si prolunga per oltre 100 metri fino al bosco. La zona è a vincolo paesaggistico, si può utilizzare con delle roulotte o casa prefabbricata. Si può avere la fornitura di acqua dal pozzo dello stesso proprietario.

  • Il contenuto:

    • In primis, informazioni chiare e accesso a internet con guida allo stesso: leaflets, siti web creati apposta o scelti come riferimento, sezioni tematiche precise che dirigono ai vari professionisti, centri, o associazioni che possono aiutare in esattamente la necessità di quella persona. Anche solo chiacchierando con i soci/amici/avventori/visitatori, la persona dovrebbe sentirsi meno sperduta e dovrebbe sentire le possibilità che le si aprono di fronte. Riferimenti? Chiunque sarà presente in quel momento, ma la struttura di informazioni, la facilità di accesso, e la prima informazioni può venire direttamente da me. Accesso a professionisti/figure scelte di commercialisti, avvocati, consulenti, psicologi, terapisti naturali, centri di ausilio a disabili, a vittime di violenza e maltrattamenti, a consultori familiari, a mediatori interculturali, alla prefettura, ecc ecc secondo le necessità dell’individuo, con i quali ci sentiamo in affinità e dei quali ci fidiamo.

    • Accesso a corsi, di ogni genere e tipo: secondo il professionista presente, possono essere corsi offerti in loco od organizzati dalla nostra associazione, oppure verranno riferiti a chi li organizza altrove. Esempio: CEFASS Lecce, fotografi, altri centri/associazioni in Salento, in Italia o anche all’estero, concept artist per videogame, programmatori, uso di internet, e chiaramente le lingue. Possibilità: infinite, secondo chi c’è.

    • Accesso ad eventi: musicali, di danza, mostre artistiche di fotografia e pittura, sia locali (Salentine, o ispirate al Salento) che estere, per promuovere e aiutare a far apprezzare il multiculturalismo ma anche l’espressione individuale senza definizioni culturali. Organizzati in loco, vicino a noi, ma anche nei dintorni. Una specie di Time Out (giornale Londinese dove si listano TUTTI gli eventi nella zona) locale. Persone di riferimento se vorranno: E. S., nostri amici fotografi, modelli, artisti, pittori, e via dicendo.

    • Indirizzamento a locali del luogo con cui sentiamo affinità: ristoranti, località ricettive, come vacanza e svago per chi può permetterselo. Un piccolo tourist point, perché no, per tutti coloro che vengono dall’estero a visitarci o da fuori Salento.

  • Obiettivi:

    • Creare un luogo sicuro, divertente, familiare, dove entrare per qualsiasi necessità con la scusa di un caffè, una tisana o un aperitivo, e trovare un punto di riferimento unico in mezzo alla giungla di informazioni e disorganizzazione di strutture e professionisti che potrebbero aiutare che però esistono, pur se dispersi in questa giungla.

    • Cambiare la percezione della diversità come concetto negativo, anzi, promuovere l’idea che più diversi siamo, più è tutto più bello, e più siamo tutti da apprezzare.

    • Far girare il lavoro e i lavoratori secondo le necessità delle aziende/centri locali e dei singoli individui: questo va fatto in piena regola e con precisione, e abbiamo già in mente una possibile figura di riferimento per questo. Essere efficienti e rendere felici sia assuntori che assunti.

Riferimenti sperati in fase di teorizzazione del progetto:

Prof. F. A. per progettazione coerente e strutturata, come accedere a possibili finanziamenti.

Prof. R. B. d’A. per spirito d’iniziativa, come presentarlo al meglio, come accedere a possibili finanziamenti.

Prof. L. C. per consigli su come evitare i fenomeni (sempre in agguato in questo tipo di associazioni) di influssi esterni negativi, sfruttamenti, figure predatrici.

Questo progetto ti può interessare, in qualsiasi ruolo? Se si, teniamoci in contatto, fammi le tue proposte, o dimmelo e ti consulterò per quanto ti riguarda.